Collezione

Il nucleo originario delle opere d’arte ospitate nella sede della fondazione proviene dalla collezione raccolta con cura e attenzione da Giulio Marchi, arricchita dalle opere della collezione del Dott. Cesare Marchi nel corso della sua vita.

MANIFATTURA LOMBARDO-VENETA del sex. XVIII

Cat 192 – (Cassettone con alzata (boureau-trumeau)

Provenienza: acquisto da G. Marchi, in epoca imprecisata, da Rambaldi a Bologna.

Mobile a due corpi lastronato in radica di noce, con riquadri sui fianchi e sulle cassette filettati con legni diversi; il corpo inferiore a tre cassetti, con piano ribaltabile, presenta fronte mossa con duplice convessità e fianchi rientranti; le due antine, centinate in alto e munite di piccoli specchi molati, celano nel corpo superiore uno spazio diviso in piccoli scomparti, tiretti e cassettini; cimasa centinata con lastra di specchio sagomato e molato; maniglie in bronzo dorato. Il cassettone con alzata, il cosiddetto “bureau trumeau”, di gran moda in Europa durante il Settecento, riscosse molto successo anche a Venezia.

Questo mobile a due corpi, usato un tempo come cassettone, scrittoio o stipo, veniva realizzato sia in legno impiallicciato che laccato. La parte inferiore a cassettone, negli esemplari del primo trentennio del secolo è mossa solo frontalmente, mentre con l’affermarsi dello stile barocchetto e rococò divenne bombata anche sui fianchi (cfr. Morazzoni, ed 1958; Alberici, 1980, pp. 209-223).

Il Giudizio di Paride

Cat. 4 – Attr.a: DELLO DELLI (Firenze, 1404 – Valencia, post 1464)

Tempera su tavola decagonale

Dipinto 57X57. Tavola e cornice 66X66

Iscrizioni 

Sul verso della tavola: 923 PT; Judment of Paris, Juno, Venus, Minerva – Borght – (Florence) April 22 Dello Delli Pinxit; cartellino; Currie & Co’s (Newcastle) L.T.D. Depository Newcastle –Ov Tyne – MALLENDALE N. 427.

Provenienza 

Già coll. Viscount Allendale Spense; vendita Christie’s, Londra, 27 nov 1970 e successivo acquisto dell’antiquario Schubert, da part di Cesare Marchi per la villa “I Golli”

Lo sfondo degli alberi fioriti del giardino di Paride separa, come un fondale, le figure in primo piano dello scorcio del monte Isa e dello squarcio di cielo da cui scende il genio alato messaggero di Zeus. Sulla sinistra, seduto su un masso, vestito del chitone e del mantello col cappuccio è Paride, figlio di Priamo che abbandonato dopo la nascita, raccolto ed allevato dai pastori è divantato guardiano di mandrie; si vedono infatti dietro di lui due buoi. Appoggiato al suo bastone di mandriano, Paride porge con la mano destra il pomo ad Afrodite, la dea greca dell’amore, che appare seminuda, coperta da un velo. Alla destra di Afrodite è Era regina del cielo, ampiamente paludata, dignitosa e calma, con le sue offerte, a sinistra è Atena vestita di una lunga tunica, con l’elmo, la corazza e l’egida recante al centro la testa di Medusa, secondo la tradizione figurativa derivata dalla statua crisoelefantina di Fidia.

La scena in cui Paride è incaricato da Zeus a giudicare la bellezza delle tre dee e risolvere la lite sorta per colpa di Eris, irritata per non essere stata invitata alle nozze di Peleo e Tetide, segue la tradizione dei poemi del ciclo omerico che costituiscono l’antefatto dell’Iliade.

La cornice dorata è applicata direttamente sulla tavola e ne costituisca parte integrante.

La tavola è corredata di parchettatura.

Questo dipinto documenta la peculiare attività del Delli, testimoniata da Giorgio Vasari, derivante dalla sua particolare attitudine nell’eseguire “…figure piccole, nelle quali egli ebbe miglior grazie che nelle grandi assai”., poiché erano in quei tempi molto in uso cassoni, cornici “ed altri oggetti così fatti ornamenti d camera, che in quei tempi magnificamente di usavano!, e così fu Dello, durante la sua permanenza a Firenze si dedicò in particolare a questo genere di pittura (VASARI, 1568, ed Milanesi, 1878-1885, II, 1878, pp. 147 e sgg.)

Tra le raffigurazioni del Giudizio di Paride si cita un altro desco da parto eseguito da un seguace del Beato Angelico conservato al Museo del Bargello (cfr, SCHIAPPARELLI, 1906, p. 147; Santi, 1989, p.390).

TEMPERA SU ORO S. MICHELE ARCANGELO (BICCI DI LORENZO)

Cat 2 – Attr. A: BICCI DI LORENZO

(Firenze 1368 ca. – Arezzo 1452)

San Michele Arcangelo

Tempera su tavola fondo oro

117 x60

Provenienza:

Già coll. Costantino Nigro; coll. Nella Longari, Milano; acquistato da Cesare Marchi dopo il 1954 per la villa “I Golli”

Bibliografia:

Gronau, 1933, pp 103-148

Il fondo oro è decorato con punzonature, interessanti anche l’armatura dell’arcangelo Michele, posto al centro della tavola cuspidata e dall’aspetto ieratico. Secondo il tema iconografico tratto dall’Apocalisse (12,7), l’arcangelo appare come un giovane alato, con l’armatura che si intravede sotto la clamide purpurea e gli attributi della lancia e il globo di cristallo ove, solitamente, è la scritta “Quis ut Deus”, che qui non compare; sotto ai suoi piedi è il Dragone (Satana) cacciato dal cielo con gli angeli ribelli e poi trafitto dalla sua lancia. Sulla destra della tavola, in basso è raffigurata una coppia di donatori.

La cromia del dipinto è scarsamente leggibile a causa del degrado: il fondo oro e la punzonatura sono in parte abrasi come gli incarnati dei quali restano labili velature sulla preparazione verdastra e così tutte le altre superfici pittoriche sono alterate, appiattite e prive delle velature cromatiche che ne determinavano la plasticità e lo smalto originali. Nonostante ciò l’effetto complessivo dell’opera resta ancora consistente.

La cornice modanata è fissata sulla tavola fino dalla sua costruzione e ne costituisce parte integrante.

Richard Offner descrisse il dipinto nel 1945 quando già aveva perduto gran parte della superficie pittorica originale, conservando tuttavia la qualità e i caratteri distintivi. Questi caratteri originari e la tipologia della craquelure davano all’Offner l’opportunità di collocare il dipinto nell’ambito della migliore tradizione della pittura fiorentina tardotrecentesca, attribuendolo però a Lorenzo di Bicci (1340 – 14279. Per una migliore comprensione delle opere di Lorenzo di Bicci e della loro derivazione da Nardo di Cione e dalla sua bottega, lo studioso rimandava ad un importante studio di Hans D. Gronau, (GRONAU 1933, pp. 103-108).

Analogo giudizio complessivo, sulla qualità e le condizioni dell’opera, è quello fornito dallo storico Aldo Bertini nel 1967 il quale precisava l’attribuzione a Bicci di Lorenzo, convalidandola con il confronto con l’altro San Michele dello scomparto laterale del trittico di Bicci nella chiesa di Santa Maria a Stia (Arezzo), datato 1414. Tale confronto consentiva al Bertini di proporre la datazio del nostro dipinto attorno a quella corrispondente al primo periodo di attività dell’artista, prima del suo incontro con Gentile da Fabriano, nella tradizione trecentesca fiorentina e nei modi del gotico fiorentino. L’attribuzione a Bicci di Lorenzo è, comunque la più convincente mentre quella dell’Offner sembra ricalcare l’errore vasariano sulla identità dei due artisti, padre e figlio. Come aveva opportunamente precisato Gaetano Milanesi nel suo Commento alla vita di Lorenzo di Bicci (Cfr. G. Vasari, 1568, ed Milanesi, 1878-1885, II, 1878, II, pp. 63 e sgg.).

Nel corso del tempo il dipinto ha subito restauri e drastiche puliture che hanno in parte contribuito alla perdita della superficie pittorica.

OLIO SU TELA CONTADINA CHE LAVORA A MAGLIA (SILVESTRO LEGA)

Cat. 28 – CONTADINA CHE LAVORA A MAGLIA

Silvestro LEGA (Modigliana 1826 – Firenze 1895)

Olio su tela 41*59

Iscrizioni

Firmato in basso a destra “S.Lega”; sul telaio in alto, scritta a mano “Questa è opera del Lega del periodo del Gabbro”; sulla tela: ”Questo dipinto è opera di Silvestro Lega, Ludovico Tommasi”.

Provenienza

Acquistato da G. Marchi alla vendita Cavalensi e Botti in data imprecisata.

 

La giovane contadina è seduta al margine di un sentiero, alla base di una grossa pianta, forse un castagno, mentre sferruzza la lana, assorta nei suoi pensieri e incurante del gomitolo che rotola in basso. Il fazzoletto che le copre la testa e il panno stesso sulle gambe sono di colore rosso, la sottana marrone scuro. Il paesaggio circostante è indefinito, quasi abbozzato.

Cornice intagliata e lucidata ad ebano.

 

Questo dipinto è stato assegnato dal critico Mario Tinti al periodo in cui il Lega, nell’ultimo decennio della sua vita, lavorava abitualmente al Gabbro, località della campagna livornese. La figura di questa contadina ripropone i caratteri fisionomici, l’atteggiamento espressivo e l’abbigliamento di una delle due donne raffigurate nel dipinto “Le gabbrigiane” datato 1887 e del “Ritratto di giovane gabbrigiana” (cfr. SOMARE’, 1926, n. 27, Tav. 22; BORGIOTTI, 1964, Tav. 102).

In queste opere della maturità “come già in molte di quelle ambientate nella campagna aperta e negli “orti di Piagentina” è assente una minuziosa descrizione mentre prevalgono la sinteticità e la visione delle masse. La visione è incentrata nella figura della donna immersa nel rustico ambiente e intenta nel suo lavoro, Peraltro anche lei non ha un volto ben definito, le mani sono abbozzate ma convincenti nel loro alacre movimento” (MESIRCA 1985, p.100). L’alta qualità del maestro è presente anche nella tela dipinta, come questa, negli ultimi tristi momenti della sua esistenza al Gabbro quando ormai soffriva di una grave malattia alla vista.

OLIO SU TAVOLA RITRATTO DI GIOVINETTA (BORRANI)

Cat. 19 – RITRATTO DI GIOVINETTA

Odoardo BORRANI

Olio su tela 38,5*25,5

Iscrizioni

Firmato e datato in alto a sn. “O. Borrani, 1882”; sul verso della tavola il n. 2659” e le seguenti iscrizioni a matita: “O Borrani nato a Pisa il 21.8.1833 morto a Firenze il 14.9.1905 si sposò a Firenze l’11.7.1868 non ebbe figli. Questo dipinto proviene dalla raccolta del Col. Bezzi morto a Firenze nel 1948.”

Provenienza

Raccolta Bezzi

 

Sullo sfondo ocra spicca il profilo marcato dalla giovinetta, incorniciato da un velo di pizzo ricamato a fiori che, raccolto da un lungo tralcio di edera legato attorno al capo, scende mollemente sul petto e sulle spalle lasciando intravedere la lunga treccia di capelli castano-scuro e parte del vestito di seta azzurra.

Cornice modanata in noce lumeggiata in oro e passeportout dorato.

 

Anche in questo bel ritratto femminile è evidente lo studio degli effetti luminosi e di controluce, nel quale il Borrani raggiunge, notoriamente, risultati di armoniosa luminosità diffusa e trasparente ancor più apprezzabile nei suoi paesaggi. Inoltre, anche in questo caso, i colori sono sorretti da un saldo impegno disegnativo (cfr. BORGIOTTI, Vol I, 1964, p. 19).

TERRACOTTA DUE SANTI EVANGELISTI (IGNOTO SCULTORE)

Cat. 112DUE SANTI EVANGELISTI

Ignoto scultore dell’Italia centrale del sec. XVIII

 

Terracotta H.71

Provenienza

Villa Marchi “I Golli”

 

I due apostoli sono raffigurati a tutta figura in posizione stante con capelli, barba e baffi fluenti e indossano vesti e mantelli dai panneggi ampi e mossi. Uno dei due (S. Pietro?) ha la gamba sinistra protesa in avanti e la mano, dello stesso lato, appoggiata al petto mentre con la destra sostiene un grande volume; l’altro (S. Paolo?) sembra incedere apostrofando, con la gamba destra in avanti e il braccio alzato mentre il sinistro è alzato mentre il sinistro è alzato con la mano all’altezza del fianco.

Le due sculture dalla grande espressività e dinamismo delle forme si collocano nella migliore tradizione dell’arte barocca romana attenta alla statuaria classica. L’espressione fisionomica e la tipologia del panneggio esasperato che sottolinea il movimento delle figure evocano le opere di Alessandro Algardi e in particolare le sue raffigurazioni degli evangelisti Pietro e Paolo in S. Paolo Maggiore a Bologna, nel rilievo con l’Incontro di S. Leone Magno e Attila in Vaticano e nei busti, relativi agli stessi evangelisti, della collezione Brialey Ford di Londra e in una collezione privata (cfr. J. MONTAGU, 1985, cat. 68,61,70,71).

OLIO SU TAVOLA GIOVANE CONTADINO (FATTORI)

Cat. 22GIOVANE CONTADINO

Giovanni FATTORI (Livorno 1825- Firenze 1908)

 

Olio su tela 36*22,5

Iscrizioni

Sul verso della tavola, manoscritto “Opera di Giovanni Fattori, Giovanni Malesci”; cartellino ms. “G. Fattori, Testa di Giovane Contadino”; cartellino ms. “Giovanni Malesci esperto delle opere di Fattori (Nel 1940 abitante a Milano, Via Tadino 3 Tel. 261805)”; cartoncino a stampa: “1461” – “Mostra del Centenario della Società amatori e cultori di Belle Arti in Roma. Mostra dell’Ottocento – Fattori G., Testa di contadino – Marchi Gino (sic) Via Bartolommei 6, Firenze”.

Provenienza

Già collezione Giustiniani; acquistato da G. Marchi il 13/12/1929 a Milano alla vendita Giustiniani.

Mostre

1930, Roma, Mostra del centenario della Soc. Amatori e cultori di Belle Arti –Mostra dell’Ottocento (Alla stessa mostra erano presenti altri due dipinti della raccolta G. Marchi: Il Canto dello stornello di S. Lega (donato alla Galleria d’Arte Moderna) e Studio per le acquaiole livornese di G. Fattori, cfr. scheda n. 23)

Bibliografia

VEND. GIUSTINIANI, 1929 p. 8, n. 128, Tav. LXX; ROMA, 1930, p. 61, n. 2; MALESCI, 1961, p. 59 n. 73; BIANCIARDI DELLA CHIESA, 1970, pp 97, 99 n. 255.

 

Il giovane contadino è ritratto a mezza figura, girato di tre quarti, il volto rosato, i capelli castani, l’espressione assorta e penetrante, quasi velata di tristezza; indossa una grossa camicia fantasia, con un fiocchetto al collo, e sopra il gilet; la posizione del busto e delle braccia fanno capire che egli stia seduto. L’aspetto fisico e l’espressione psicologica sono resi appropriatamente con un a pittura duttile e chiara.

Cornice modanata e passe par tout dorati.

 

Questo dipinto, per il quale è stata proposta una datazione tra il 1870 e il 1880 (BIANCIARDI DELLA CHIESA, 1970, pp 97, 99 n. 255) appartiene al così detto terzo modo dei ritratti fattoriani, raggruppati in classici (Ritratto della prima moglie), macchiaioli (Testa di buttero) e del terzo periodo (Donna bionda e Popolana livornese), (cfr. SOMARE’, 1928, nota alla tav. 87). Come Gotine rosse e La Rossa, eseguiti con probabilità nello stesso periodo, questo ritratto à tra i più immediati ed espressivi di Fattori, nei quali il chiaroscuro “è definito per taglienti zone di luci e d’ombre e di mezze ombre colorite, quale era stato il chiaroscuro dei fiorentini del tre e quattrocento” (OJETTI, 1925, vol. VI pp 235-269).

TRITTICO MADONNA COL BAMBINO (GUIDO PALMERUCCI)

Cat. 1MADONNA COL BAMBINO E I SS. FRANCESCO E LUDOVICO DI TOLOSA (TRITTICO)

Guido PALMERUCCI (Gubbio 1280 – dopo il 1345)

 

Tempera su tavola fondo oro

75*125

 

Provenienza

Raccolta Caccialupi di Macerata; Raccolta Nevin, Roma; acquistato da Cesare Marchi prima del 1972 e poi trasferito alla villa “I Golli”.

Bibliografia

MASON PERKINS, 1921 pp. 97-98; NERI LUSANNA, 1977 pp. 10-39

 

I tre scomparti sono a fondo oro decorato con punzonature a minuti disegni di fiori e fogliame stilizzati; in quello centrale è raffigurata la Madonna a mezza figura che tiene nelle braccia il Bambino Gesù rivolto verso lo spettatore, come distratto dal suo gioco, quasi dimenticando l’uccellino che tiene nella mano sinistra; negli scomparti laterali si vedono i santi Francesco, con le stimmate e il saio aperto sulla ferita del costato, che tiene nelle mani un libro, e Ludovico di Tolosa con le vesti cardinalizie ornate con i gigli di Francia, la mitra e il pastorale.

Sebbene gravemente degradato e lacunoso in alcune sue parti e privo delle cornici originali e della cimasa centrale, il dipinto lascia intravedere la ricchezza e la cura della stesura originaria, specialmente nello scomparto centrale. Sul fondo oro, parzialmente consunto, risalta il colore slavato e appiattito degli incarnati, il rosso del manto del San Ludovico e del libro tenuto da San Francesco e il vestito color pesco del Bambino Gesù; i colori del manto della Madonna e dei due santi sono notevolmente aterati e perciò scarsamente leggibili come tutti i particolari del dipinto che ne costituivano la completezza originaria.

  1. Mason Perkins (921, pp. 97-98) fornisce precise notizie circa alcune collocazioni del dipinto, passato nell’ultimo decennio del sec. XIX dalla raccolta Caccialupi di Macerata a quella del Rev. Nevin a Roma, assumendo da allora il nome di trittico Nevin. Dispersa per asta pubblica la collezione Nevin, nel 1907 la pittura in questione cambiò di nuovo proprietario e da quel momento se ne persero le tracce. Il Perkins vide il dipinto “in uno stato soddisfacente perfettamente scevro di ritocchi e restauri”. Lo studioso propone un confronto tra il gruppo centrale del trittico con l’affresco della “Madonna dei Consoli” a Gubbio, dal quale risulta la stessa paternità dei due dipinti e la loro derivazione dalla “Madonna” di Piero Lorenzetti, tanto nel taglio delle fattezze fisionomiche come nei panneggi e nel disegno generale dei due santi.

Enrica Neri Lusanna, in un suo ampio studio sull’attività di questo artista umbro (1977 pp. 10-39) tratta anche questa opera che alla data della sua ricerca riteneva ancora presente sul mercato antiquario milanese mentre, in effetti già prima del 1972 era stata acquistata da Cesare Marchi, come risulta dall’atto di notifica ministeriale. La Neri, rifacendosi all’articolo del Perkins, precisa che debba trattarsi di opera eseguita dal Palmerucci a Gubbio anche in relazione alla scritta in caratteri gotici impressa nella cornice inferiore che, “nonostante la parziale e difficoltosa lettura suona con la solita formula di committenza:” …fierit fecit…” e mostra un chiaro “de Ugubio” nel pannello laterale sinistro. Per i santi che vi compaiono (San Francesco e San Ludovico di Tolosa), la Neri ritiene che questo trittico fosse destinato a qualche cappella del San Francesco di Gubbio e ne propone l’esecuzione tra la prima metà del quarto decennio e la prima del successivo.

Il 25 gennaio 1972 l’opera è stata notificata del Ministero della Pubblica istruzione allora competente per i beni di interesse artistico.

 

Confrontando una vecchia foto del trittico con quella eseguita attualmente si rileva un intervento di restauro, peraltro rispettoso dell’integrità del dipinto, consistente essenzialmente nella pulitura di tutte le superfici e nella integrazione delle lacune, specialmente sul fondo oro, il tutto riteniamo eseguito con somma cura e discrezione. Si presume che tale restauro sia stato effettuato dopo l’acquisto fattone da Cesare Marchi.

VASO GLOBULARE BIANSATO TERRACOTTA DECORATA – MANIFATTURA DI CAFAGGIOLO

Cat. 447VASO GLOBULARE BIANSATO

Manifattura di Cafaggiolo del sec. XVI

 

Terracotta decorata e smaltata

H 35 base 18

 

Iscrizioni

Nella parte anteriore, nel cartiglio sottostante la colomba: “AVE GRACIA”; nel cartiglio centrale, l’iscrizione farmaceutica.

Provenienza

Coll. Barsanti, Roma; acquistato nel 1925 dall’antiquario fiorentino Pallotti; acquistato da G. Marchi nel 1936 alla vendita Pallotti

Bibliografia

VEND. PALLOTTI, 1936, p 20, n. 155 Tav. XLII; BATINI, 1974, p 176

 

Vaso da farmacia a due manici nastriformi. Decorazione della parte anteriore ripartita su fasce concentriche: sul collo e sulla base è una teoria di fogliette stilizzate affiancate; nella zona superiore è un medaglione con l’impresa ospedaliera della Ca’ Granda di Milano costituita da una colomba con un ramoscello di olivo su cartiglio recante la scritta “AVE GRACIA”; ai lati due uccelli fantastici con cornucopie di fiori; nel cartiglio centrale l’iscrizione del medicamento in caratteri goticizzanti e in basso un serafino tra due cornucopie intrecciate. Nella parte posteriore proseguono i motivi fitomorfi nelle fasce del collo e della base mentre il ventre è interessato da un unico motivo a tralci, in un medaglione che figura appeso ai tralci floreali, è dipinta una conchiglia che accoglie la immagine in rilievo di una testa virile di tipologia romana e sotto è un libro che poggia su un teschio.

Colori: bleu, celeste, giallo, ocra e rosso.

 

Vasi simili a questo, provenienti dalla farmacia dell’Ospedale Maggiore di Milano (Ca’ Granda), si conservano al Museum fur Kunst und Gewerbe di Amburgo e ala Museo del Castello Sforzesco di Milano e vengono attribuiti alla Manifattura di Cafaggiolo del sec. XVI (cfr. BASCAPE’, 1934; BASCAPE’-SPINELLI, 1956, p. 65-66; CASTELLI 1939, p. 93 e sgg.; CAMPANILE, 1973, p. 22; CORA, 1982, scheda n. 36. Nel catalogo della Raccolta Pallotti per l’asta Ciardiello (Firenze, 1937, p. 20 n. 155), viene indicata Siena come luogo di produzione di questo vaso.

MARMO BIANCO MADONNA COL BAMBINO E I SANTI – IGNOTO MAESTRO CAMPIONESE

Cat. 85MADONNA COL BAMBINO E I SANTI GIOVANNI BATTISTA E FRANCESCO CHE LE PRESENTANO UNA DEVOTA COMMITTENTE

Ignoto maestro campionese della seconda metà del sec. XIV

 

Marmo bianco 55*55

 

Provenienza

Villa Marchi “I Golli”

 

La Madonna, dallo sguardo assorto, seduta su una panchetta con sostegni fitomorfi, sorregge con le mani il Bambino Gesù, in piedi sulle sue ginocchia in atto di benedire la devota committente; S. Giovanni Battista reca l’Agnus Dei e il Vessillo crucifero, suoi attributi iconografici; S. Francesco indossa l’abito monacale tagliato sulla destra in corrispondenza del costato, per mostrare la ferita ricevuta con le stimmate.

La tipologia di questo bassorilievo è analoga a quella di una formella conservata nelle collezioni di scultura del Castello Sforzesco di Milano, opera di un maestro campionese e databile intorno al 1360, che raffigura la stessa scena, con qualche variante compositiva. Lo studioso Costantino Baroni (1944, fig. 215) pubblica la formella del Castello Sforzesco, rilevandone l’”affettuosa cordialità domestica che un preciso riscontro nell’affresco votivo trecentesco nella cappella con la tomba di Antonio Fissigara in S. Francesco a Lodi” (cfr. PIROVANO, 1973, Tav.18).

BRONZO UN CAVALLO – IGNOTO SCULTORE FIORENTINO

Cat. 137CAVALLO

Ignoto scultore fiorentino della fine del sec. XVI

 

Bronzo, patina naturale bruno-scura e resti di lacca nera

  1. 15

 

Provenienza

Collezione Luigi Grassi, Firenze; Villa Marchi “I Golli”

Bibliografia

PLANISCIG, s.d., n. 115

 

Cavallo con la zampa anteriore destra e la posteriore sinistra alzata al passo. Lunga coda e lunga criniera spiovente al lato destro del collo. Bronzo inedito e non noto altrove. Ricorda i cavallini della bottega del Giambologna e in primo luogo quelli del Tacca e di Adriaen de Vries fiammingo (cfr. Bode, 1922, III CLXXXII). Una variante di questo modello è a Roma nella collezione Barsanti (POLLAK, 1922, n. 67) (cfr. L. PLANISCIG, ms. s.d. n. 115).

TEMPERA SU SETA GRANDE CORTEO DEL RE DELLA CINA – IGNOTO PITTORE FIORENTINO

Cat. 11GRANDE CORTEO DEL RE DELLA CHINA IN TOSCANA

Ignoto pittore fiorentino del sec. XVIII (1688ca.)

 

Tempera su seta

100*700

 

Iscrizioni

Nel cartiglio centrale: “Il re della China in Toscana”

“Lascio le patrie rive, e il vasto Regno

Dell’ampia China e in questi lieti giorni

Nella Regia dei Fiori a te ne vegno

Per godere i tuoi placidi soggiorni;

Tu di valor tu di virtù sostegno

Europa e Italia coi tuoi pregi adorni,

e per le doti tue sublimi e sole

più felice di te non vede il sole.

Ben la fama d’Italia, in ogni parte

D’Italia illustre in pace, invitta in Guerra

Chiare notizie in ogni luogo ha sparte

Che del Mondo alcun termine non serra

Colla Regina mia ebbi pensiero

Per mio diletto di chiarire il vero.

E partito dall’ultimo Oriente

Per vasto mar, per cielo ignoto, il volo

Spiegai mie navi, e salutai presente

D’Italia bella il venerabil suolo,

mentre il mio Regno insuperabil muro

da possente vicin rende sicuro.

Ma qui trovo che quasi in ogni loco,

al ventilar di piume e di bandiere

di timpani e di trombe al carme roco

ai lampi, e al folgorar d’aste guerriere,

marte incendio di guerra accese, e il foco

squadre armate divora, e molti altere

che per sottrarsi dal comun periglio

non giova arte, valor, segno o consiglio.

Dunque a te vaga Etruria io volgo il piede

Ove lieta fiorir tranquilla pace

Ove splender Pietà, Giustizia e Fede

Canta con tromba d’or Fama verace:

ove de’ pregi aviti augusto erede

regna COSMO, e se questa ora nol tace

nol tacerà chi rende i nomi oscuri

vetusta età nei secoli futuri.

Ma glorioso al volgersi degli anni

Vivrà per sue virtudi alte, e famose

Che s’alzeran del merito su i vanni

Fin dove il fato termine non pose:

egli ristaura i procellosi danni,

che dubbia sorte a questi mari impose,

risanando Firenze, Arno e Livorno

e dove e nasce e dove muore il giorno.

Che se nei Regni miei lettere, ed armi

Vantan ritrovamento e cura antica;

non minor fregio dei toscani carmi

de tre gran saggi fu la sorte amica,

che Cielo e Mare, e Tele, e Bronzi, e Marmi

Ornò, scoprì, animò la lor fatica

Onde per fare a Lete illustre inganno

Vola lor gloria oltre le vie dell’anno.

Se a te bella Firenze io volgo il ciglio

Moli superbe attonito rimiro

E trionfare il tuo purpureo giglio

Per ogni dove con mia gioia miro.

Del tuo gran COSMO il gran GERMANO, e FIGLIO,

e la SPOSA REAL vedo ed ammiro.

Incliti Germi di famosi Eroi

Temuti e amati ancor nei Lidi Boi.

Vedo i tuoi figli generosi, industri

Fecondare, coltivar l’arti e gl’ingegni,

e farsi noti al variar de’ lustri

del conosciuto Mondo, a tutti i Regni,

celebrar pompe liete e giuochi illustri.

Mostrar d’alto valor fulgidi segni,

mentre ancor ne’ tuoi nobili diporti

altrui dilecto ed a te lode apporti.

Tra le veglie festevoli, oh qual lume

La mia Regina nelle danze vide

Sciogliere al ballo il piè di Flora il Nume

La REAL VIOLANTE e le sue fide

Della China dannò l’aspro costume

Ch’alle femine sue [più] non arride

E felice chiamò la bella schiera

Che a Toschi Cavalieri amata […..] era.

Io che di vista testimon qui fui,

a dir m’accingo a popoli remoti

di Toscana le lodi e i pregi sui,

e li farò viepiù celebri e noti,

quando avverrà ch’io parta al fin da vui,

e torni a regni miei, supplici voti

io porgerò, che splenda a voi benigna

la luce ognor di Giove e di Ciprigna.

Godete, Anime grandi, al Cielo amiche,

i vostri campi, i fiumi, e colli ameni

l’aer sublime e delle vigne apriche

le delizie, e de’ fertili terreni,

tranquilli i mari e senza ombre nemiche

pace, quiete, e i di chiari e sereni

e sempre fausto in prezioso nembo

ambrosia e manna il ciel vi piova in grembo.

Nel drappo di sinistra:

Nota de Cavalieri sul carro

 

 

Sig. Conte Massimiliano Perosa – Regina

Sig. Principe D. Lorenzo Strozzi – Re

Sig. Priore Niccolò Vincenzo Tavini –Sacerdote

Sig. Cav. Lorenzo del Borgo

Sig. Conte di Rosemberg

Sig. Conte Durino – Principesse

Sig. Cav. Pietro Ughi

Sig. Cav. Averardo Seristori – Nana

Sig. Cav. Camillo Montalvi – Moro

Sig. Marchese Neri Guadagni

Sig. Abbate Bardi – Cocchiere

Sig. Cav. Gio Cosimo Gianfigliazzi Cavalcanti

Sig. Porzio Montalvi

 

Nel drappo di destra:

Nota dei Sigg. Cavalieri a Cavallo

  1. S. Cav. Colonnello Bartolini Furiere
  2. S. Cav. Giuliano Capponi Cosoni
  3. S. Cav. Francesco Maria Pecori
  4. S. Cav. Pietro Pop[oles]chi
  5. S. Cav. Francesco de’ Bardi
  6. S. Cav. Guglielmo Hastat […]
  7. S. Cav. Giulio da Montauto
  8. S. Marchese Alessandro Rinuccini
  9. S. Cav. Cosimo Attavanti
  10. S. Gio. Gualberto Guicciardini
  11. S. Baron Cerbone del Nero
  12. S. Sebastiano Pappaga[…]
  13. S. Marchese del Bufalo
  14. S. Marchese Ranieri Coppoli
  15. S. Cav. Schuanlodh
  16. S. Cav. Lorenzo Capponi
  17. S. Cav. Marco del Rosso
  18. S. Cerbone Pucci
  19. S. Marchese F. Paolo Spada
  20. S. Marchese Girolamo Bartolommei
  21. S. B[…Fran] cesco Lorenzi
  22. S. Scipione Capponi
  23. S. Marchese Vincenzo Alamanni
  24. S. Leonardo Tempi
  25. S. Gio Batta Bartolini
  26. S. Alessandro Giraldi
  27. S. M.se Angiolo Niccolini
  28. S. Baron Carlo Palnicel
  29. S. Conte Malvagia
  30. S. Donato Albergoni
  31. S. Niccolo’ Panciatici
  32. S. Cav. Filippo Mannelli
  33. S.March.se Francesco Bagnesi
  34. S. Marco Caccini
  35. S. Agnolo Baldocci
  36. S. Cav. Orazio Minerbetti
  37. S. […..]
  38. S. March.se Ottavio Acciaioli
  39. S. Cav. Ruberto Marucelli
  40. S. Cav. Vincenzo Bargherini
  41. S. March.se Del Monte
  42. S. March.se Antonio Corsi
  43. S. March.se Neri Corsini
  44. S. March.se Bartolomeo Corsini
  45. S. Pirro Mannelli
  46. S. Cav. Filippo Beni
  47. S. Bindo Peruzzi
  48. S. March.se Carlo Gerini
  49. S. Cav. Agostino Dini
  50. S. March.se Francesco Ferroni
  51. S. Giovanni Naldini
  52. S. Cav. Niccolo’ Guarnacci
  53. S. Cav. Filippo Tecchieri

………………………………….

Provenienza

Acquistato da G. Marchi il 09/12/1930 alla vendita Cavalensi e Botti, Firenze.

Bibliografia

VEND. CAVALENSI E BOTTI, 1930, n. 113

 

Il dipinto raffigura la grande parata in maschera, con costumi di tipo orientale, che simula la presenza in Toscana e a Firenze del re della Cina con la sua corte di dignitari. L’evento è descritto, con dovizia di particolari, nel cartiglio centrale, zoomorfo, in dodici ottave nelle quali, lo stesso re in persona, fa il resoconto del viaggio e manifesta le sue impressioni sui luoghi percorsi e, in particolare sulla Toscana e Firenze, sui suoi abitanti e suo governo, ripromettendosi infine di riformulare i suoi auspici al suo ritorno nel suo regno. Il corteo inizia con il folto stuolo di cavalieri a cavalli, in numero di cinquantatre, il cui elenco è precisato nel drappo disegnato sulla destra della tela, sorretto da sei angioli in volo. Ogni nominativo, con il rispettivo titolo, è contrassegnato da un numero d’ordine riportato sulle singole figure dei cavalieri tra i quali figurano membri dell’aristocrazia fiorentina e altri illustri personaggi dell’epoca (cfr. voce iscrizioni). Lo stesso si dica per i “cavalieri” che stanno sul carro trainato da sei pariglie, in gran parte nobili, tutti uomini, che ricoprono anche ruoli femminili come quello della regina, delle principesse e della nana. I nomi di questo gruppo di tredici partecipanti sono elencati nel drappo che si vede sul lato sinistro, pure sorretto da altri angeli in volo che animano il dipinto insieme a quelli che vagano nel cielo con i volatili. Sull’ estremità destra del dipinto, si vedono lo stemma granducale, il giglio fiorentino, il leone ed altre figurazioni allegoriche. Il grande dipinto su seta, montato su telaio in epoca moderna, è racchiuso in una cornice dorata e protetto da un cristallo in quattro pezzi legati a piombo. L’opera ripropone, come un documento di cronaca cittadina, una delle mascherate effettuate, assieme a cerimonie e feste di vario genere, in occasione del matrimonio del Gran Principe Ferdinando con Violante Beatrice di Baviera, avvenute nel gennaio 1688. In tale occasione rifiorirono a corte gli splendori spettacolari delle grandi feste medicee. Memorabile fu, in quella occasione, anche il torneo in cui i cavalieri vestiti da asiatici e da europei giostrarono animatamente (cfr. BORRONI SALVADORI, 1974, P. 50).

L’interesse particolare di questo “documento” è connesso anche al modo di esecuzione: una lunga striscia di seta dipinta che, probabilmente, era destinata, originariamente ad essere arrotolata proprio come le pitture cinesi.

Mentre è certa la datazione del dipinto, eseguito in occasione delle feste per il matrimonio del Gran Principe e Violante, dei quali si fa esplicita menzione nelle ottave, con gli appellativi di “Gran Cosmo” e “Real Violante”, più difficile è stabilire l’autore. L’attribuzione a Stefano della Bella fatta dal perito nell’inventario del 1979 è ovviamente errata, dal momento che lo acquaforista era deceduto nel 1664, e cioè ventiquattro anni prima, e neppure si tratta di una “incisione” come affermava il suddetto perito. Indubbiamente la stesura del dipinto, specialmente nelle parti decorative, quali il cartiglio centrale zoomorso e le figure degli angeli, nonché le allegorie ed altri dettagli, è desunta dal repertorio decorativo di Stefano della Bella e Giovanni da San Giovanni. Anche il catalogo d’asta del 1930, che posdatava l’opera al ‘700, non fornisce alcun dato circa l’autore.

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